Viviamo in un tempo in cui ci sentiamo accompagnati senza essere sempre davvero insieme. In cui ascoltiamo voci che sembrano conoscerci, volti che entrano nelle nostre case ogni giorno, presenze costanti che non ci incontreranno mai. Parasocial è la parola che il Cambridge Dictionary ha scelto per raccontare questo paradosso: relazioni che sentiamo intime, ma che esistono in una sola direzione. Noi verso loro. Mai il contrario.
Non è una novità assoluta. Già negli anni Cinquanta qualcuno aveva intuito che lo schermo avrebbe prodotto una forma nuova di vicinanza. Ma oggi quella distanza è diventata quasi invisibile. Influencer, streamer, artisti, creator: condividono fragilità, routine, confessioni calibrate. Ci parlano come se fossimo amici. E noi, spesso, rispondiamo con la stessa intensità emotiva. Commentiamo, scriviamo, attendiamo. La relazione sembra reale perché fa sentire reali.
Il salto ulteriore avviene quando l’altro non è nemmeno umano. Le intelligenze artificiali ascoltano senza stancarsi, rispondono con tono premuroso, si adattano al nostro linguaggio emotivo. C’è chi affida loro ansie, ricordi, solitudini. Non giudicano, non interrompono, non se ne vanno. Parasocial, qui, non è più solo un termine sociologico: diventa una lente sulla fragilità contemporanea, sul bisogno di essere visti anche quando la reciprocità è un’illusione.
Non è un caso che questa parola emerga insieme ad altre, scelte dai grandi dizionari come tentativi di mappare il presente. Ogni anno, infatti, la lingua prova a fermare il tempo in un vocabolo. Un gesto quasi romantico, se pensiamo alla velocità con cui tutto scorre. Eppure, anche nel 2025, queste parole funzionano come piccole coordinate emotive. Non descrivono soltanto fenomeni: raccontano come ci sentiamo dentro quei fenomeni.
Treccani, ad esempio, ha scelto fiducia. Una parola antica, quasi fragile nel mondo iperconnesso, ma proprio per questo urgente. In una società attraversata da incertezze, polarizzazioni e diffidenza sistemica, fiducia torna a indicare un bisogno primario: credere che esista ancora un terreno condiviso. Fidarsi non è un atto ingenuo, ma un rischio necessario. È la condizione minima per qualsiasi legame, umano o istituzionale. E il fatto che sia tra i termini più cercati dice molto di ciò che ci manca.
All’estremo opposto si colloca rage bait, la parola scelta dall’Oxford Dictionary. Qui la fiducia viene sistematicamente tradita. Il rage bait è l’esca emotiva progettata per farci reagire prima ancora di capire. Titoli estremi, frasi estrapolate, contenuti che non informano ma incendiano. La rabbia diventa carburante dell’attenzione. Non importa cosa sia vero: importa che funzioni.
Poi c’è 6-7, forse la scelta più spiazzante. Nato da un brano rap, esploso sui social, trasformato in gesto, meme, risposta universale. “Boh”, “così così”, “non so”. O forse niente di tutto questo. È una parola vuota che però crea appartenenza. Racconta una generazione che reagisce all’assurdo con l’ironia, che risponde alla complessità con il gioco. Se il mondo non ha senso, tanto vale dirlo con un numero, senza senso.
Infine, vibe coding, selezionata dal Collins Dictionary. Qui il futuro entra in scena senza bussare. Programmare non significa più scrivere un codice, ma descrivere un’intenzione. L’intelligenza artificiale traduce la visione in struttura. Conta la direzione, non la sintassi. È una rivoluzione silenziosa che ridefinisce competenze, ruoli, accessi. Chiunque può creare, purché sappia immaginare. Ma anche qui torna una domanda sottile: quanto ci fidiamo di ciò che non comprendiamo fino in fondo?
Parasocial, fiducia, rage bait, 6-7, vibe coding. Parole lontanissime tra loro, eppure legate da un filo comune. Parlano di connessioni e di solitudini, di tecnologia e di emozioni, di desiderio di appartenenza e di smarrimento. Insieme compongono il ritratto di una società sospesa: iperconnessa ma fragile, ironica ma stanca, creativa ma in cerca di appigli.
Forse non sono solo parole dell’anno. Forse sono domande travestite da vocaboli. E ci chiedono, tutte, la stessa cosa: in che modo vogliamo continuare a stare insieme?
Per rispondere abbiamo ancora tutto un altro intero anno che ci aspetta alle porte.
