di Alessia Potecchi
La Transizione Green, sfida e passaggio ormai non più eludibile, ci pone davanti a questioni nuove perché se da una parte produce nuovi posti di lavoro dall’altra porta anche un calo dell’occupazione nei settori ad alta intensità energetica e quindi la necessità di un adeguamento importante su queste questioni e una nuova riorganizzazione globale di interi settori. Il Green Deal europeo ci porta per forza di cose ad apportare cambiamenti importanti nel nostro modo di lavorare, di consumare, di comunicare, di produrre, di viaggiare, di relazionarci. Questo è un processo complesso che la politica deve gestire tenendo insieme la sostenibilità ambientale e la coesione sociale. Occorre evitare che le fasce più deboli paghino il prezzo più alto rispetto a questi processi per quanto riguarda l’occupazione, il reddito e la sicurezza sociale. Ancora oggi, pur a fronte di una caduta della produzione nazionale di autoveicoli, il settore automotive ha, nel suo complesso, un peso molto importante nell’economia italiana. L’industria dell’auto vale in Italia un fatturato di 93 miliardi di euro, pari al 5,6% del Pil e nel solo comparto della fabbricazione di autoveicoli, operano oltre 2mila imprese e 180mila lavoratori e si realizza il 7% delle esportazioni metalmeccaniche nazionali per un valore di 31 miliardi di euro. In quest’ambito, dove gli effetti anche della crisi del dopo pandemia hanno pesato sulla domanda e sulla produzione di autoveicoli, si sommano anche i pesi dei ritardi negli approvvigionamenti di componentistica elettronica e la rivoluzione elettrica. L’Unione europea ha previsto entro il 2035 lo stop alla vendita di auto che producono emissioni di carbonio, confermata anche dal Governo italiano. Questi cambiamenti devono essere accompagnati da provvedimenti concreti per evitare ricadute occupazionali pericolose, si stima infatti la perdita di 73.000 posti di lavoro e l’aggravarsi della crisi sociale. Bisogna studiare gli impatti e le conseguenze specifiche dei cambiamenti, gestire tutte le crisi industriali già aperte, puntare ad investimenti per sostenere la domanda verso le tecnologie che sono compatibili con il Green Deal, promuovere investimenti a sostegno dell’occupazione e della ricerca per valorizzare le eccellenze e le competenze italiane, puntare ad ammortizzatori sociali per gestire la transizione e incrementare il programma di formazione e di accompagnamento in questa nuova fase. Abbiamo bisogno di una politica industriale europea ma anche italiana che sia all’altezza del momento che stiamo vivendo e attraversando capace di indirizzare le applicazioni tecnologiche verso un modello di sviluppo nuovo. Vanno creati degli asset a livello europeo e va fatto in modo che la ripresa di politiche industriali nazionali non rallenti il processo di integrazione dell’industria europea favorendo spinte nazionalistiche che oggi appaiono non solo inefficaci ma anche dannose, perché rischiano di alimentare una competizione interna sugli aiuti di Stato a danno dei paesi con minore spazio fiscale. Le agevolazioni fiscali e i finanziamenti sul piano nazionale devono essere dati alla condizione che le imprese che ne usufruiscano attuino seriamente il rispetto dei contratti, le norme di sicurezza sul lavoro, la parità di genere e il sostegno ad investimenti ambientalmente sostenibili. È necessaria una nuova complementarità tra intervento pubblico ed iniziativa privata. Il Pd ha fatto una serie di proposte importanti e realizzabili. Ci sono dei temi concreti da affrontare il costo dell’energia, l’impatto della demografia sul mercato del lavoro, le grandi difficoltà delle piccole imprese ad accedere ai fondi europei e nazionali che non tengono conto delle loro dimensioni e lo sforzo che deve essere oggi più che mai unitario e sinergico a livello europeo con debito e investimenti comuni per rilanciare la competitività e giungere agli obiettivi che riguardano la transizione ecologica e digitale che non sarebbero altrimenti raggiungibili dai singoli paesi. Va modificato Transizione 5.0, l’attuale meccanismo di contribuzione al settore che non ha funzionato come avrebbe dovuto e non è stato efficace, il disaccoppiamento del costo dell’energia da quello del gas come già avviene in diversi paesi europei, il tema dei salari e quello del welfare decisivo per evitare l’emigrazione italiana verso altri paesi, la qualità del lavoro è fondamentale per andare incontro ad una politica industriale equa e moderna. Abbiamo proposto di affidare alla Presidenza del Consiglio il coordinamento delle politiche industriali attraverso un comitato interministeriale e integrare nel DEF una sezione specifica dedicata alla strategia industriale. Riformare Invitalia e CDP per renderli davvero attuatori della politica industriale e attivare una conferenza permanente Stato – Regioni per promuovere il coordinamento territoriale e un partenariato tra pubblico e privato. Proposte per colmare un grande vuoto di questo Governo, che davanti ad un calo della produzione industriale da 26 mesi consecutivi, con il settore automotive in grande sofferenza, avrebbe dovuto mettere in campo tavoli importanti con delle proposte serie di politica industriale per accompagnare il settore nelle sfide difficili che ha davanti la transizione, la decarbonizzazione, non ha fatto nulla di tutto questo ma ha tagliato del 78% il fondo istituito dal Governo Draghi, rischiando di mandare l’intera economia italiana in recessione. Dobbiamo essere geometri del futuro e protettori dei valori di giustizia sociale per accompagnare le persone e non lasciare indietro nessuno.
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