Cultura

Una città tutta per noi

Il buon senso non sempre coincide con il senso comune. Gli stereotipi sono tenaci: si radicano nei gesti, nei linguaggi, persino nello sguardo.
Perché, mi chiedo, continuo a domandarmi se piacerò agli altri e smetto di chiedere a me stessa se mi piaccio, quando mi specchio in una vetrina per strada?
Ciò che è abituale ci rassicura, anche quando ci limita. L’ignoto, invece, richiede uno sforzo mentale, una fatica che pochi vogliono sostenere. È così che funzionano il potere, l’abitudine e la comunanza sociale che produce solo conformismo, rafforzando gli stereotipi. E allora viene da chiedersi: è davvero sicurezza quella che proviamo, o solo un modo di restare fermi?
Abbiamo confuso il naturale con il culturale. Abbiamo creduto che ciò che è “sempre stato così” fosse inevitabile, quasi deciso da un dio o da un destino. Ma il “naturale” di cui parliamo spesso non è che una costruzione gerarchica: serve a giustificare lo stereotipo, non a spiegarlo, non a viverlo.
Quando un essere umano nasce, la prima domanda è sempre la stessa: “Maschio o femmina?”. È lì, in quella distinzione primordiale, che inizia la disuguaglianza. Eppure le donne sono il 52% della popolazione: una maggioranza trattata da minoranza.
Robert Musil scriveva che “i monumenti non si vedono”, troppo familiari per essere notati. Forse anche le donne, per secoli, sono state invisibili proprio perché sempre presenti ma mai nominate.
Persino le rappresentazioni femminili nello spazio pubblico (statue, monumenti, immagini) restano imprigionate nello sguardo maschile: anche le giornaliste uccise, come Ilaria Alpi o Maria Grazia Cutuli, sono ricordate nude nella loro rappresentazione visiva o rese fragili, mai nella forza del loro pensiero.
Viviamo in una società fondata sulla dominanza maschile e bianca, dove le coscienze si formano dentro un ordine simbolico già scritto. È un ordine autoritario e repressivo quello in cui cresciamo a cui sembra che dobbiamo conformarci tutti scriverà Pasolini a Gennariello nel suo trattatello pedagogico. Come lui stesso in quelle righe scriveva è che i primi ricordi sono visivi: “Il mio è la tenda”.
Pasolini voleva scardinare l’impotenza della pedagogia delle cose, quella che Pasolini chiamava “la tenda”: un insegnamento silenzioso, che educa più degli insegnanti.
Ecco allora che ciò che non percepiamo non esiste. L’immaginario si costruisce attraverso le immagini: se le donne non sono rappresentate, non esistono davvero nello spazio della coscienza collettiva.E allora i fantasmi diventano più potenti della realtà stessa.
Virginia Woolf, nel 1931, scriveva: “It is far more difficult to murder a phantom than a reality.” Il fantasma patriarcale è proprio questo: un’immagine che ritorna, che si ripete, che si interiorizza fino a diventare standard. Un fantasma che continua a vivere nelle parole, nei ruoli, nelle narrazioni tossiche dei media, che normalizzano la violenza o la travestono da passione.
Viviamo in un tempo in cui una cultura insegna, più o meno silenziosamente, a temere e a odiare le donne. Il femminicidio non è soltanto un omicidio. È la punizione sociale inflitta alla donna che non si conforma e che osa uscire dal ruolo assegnato. “Femminicidio” non è solo un termine giuridico: è una lente per leggere il mondo.
Un tempo si parlava di “uxoricidio”: un nome antico, ma una logica che ancora sopravvive.

Le parole, i nomi, il potere
Quando Laura Boldrini divenne Presidente della Camera, trovò un linguaggio calibrato solo al maschile. Decise allora di inserire il femminile negli atti ufficiali e di creare la Sala delle Donne, uno spazio di memoria civile che restituisce visibilità a chi la storia ha voluto cancellare.
“Molte donne”, racconta Boldrini nel suo intervento al Primo Convegno Internazionale di Toponomastica Inclusiva, “pensano che usare un titolo maschile conferisca più potere. Ma così si rinnega l’essere donna.”
Il linguaggio è un campo di battaglia. Le parole sono le prime mappe del mondo: se le lasciamo distorte, continueranno a orientare lo sguardo in una sola direzione. Ecco perché è necessario spogliare le parole dai significati stereotipati: quando un uomo è “premuroso” è considerato sensibile; quando una donna lo è, viene giudicata molto male.
“Restituiamo alle parole il loro significato, senza distinzione di genere”: questa è la campagna lanciata dalla stessa Onorevole dalla Sala Volpi.
Le donne sono sempre state protagoniste, ma la storia le ha volute cancellare. Bisogna riscrivere la storia, perché le nostre figlie non debbano più combattere le stesse battaglie. Il nostro compito è far sì che la parità diventi finalmente un tema di cui non sia più necessario occuparsi.
Restituire alle parole il loro senso autentico, senza distinzione di genere, è una forma di liberazione. Perché la memoria diventi non solo un luogo da abitare, ma un terreno da trasformare.

Rinominare per rinascere

Dare un nome a una strada significa incidere la memoria su una mappa. Ogni via, ogni piazza, ogni giardino urbano raccontano chi abbiamo scelto di ricordare — e chi abbiamo lasciato ai margini del racconto. Da anni, l’associazione Toponomastica femminile lavora per riequilibrare questa geografia sbilanciata, dove la presenza femminile è ancora esigua, quasi invisibile. Il loro impegno nasce da un gesto semplice e insieme politico: restituire alle donne lo spazio simbolico che la storia ha troppo spesso sottratto.Dietro ogni targa c’è una storia che riaffiora: quella di chi ha insegnato, scritto, curato, inventato, lottato per la libertà. Ogni nome è un atto di riconoscenza, ma anche un esercizio di memoria civile.
L’associazione non si limita a chiedere nuove intitolazioni: costruisce progetti educativi nelle scuole, promuove ricerche, crea percorsi culturali condivisi.
Tra i progetti sostenuti anche dal Dipartimento per le Pari Opportunità, Cosmopolita lavora per costruire una cittadinanza inclusiva, dove la diversità non sia più eccezione ma misura della realtà.
Rinominare le strade, restituire visibilità alle donne, correggere il linguaggio non è un gesto di moda, ma un atto politico e poetico. È un modo per cambiare l’immaginario collettivo.
Perché ciò che nominiamo esiste, e ciò che scegliamo di non vedere continua a governarci come un fantasma.
Forse una città tutta per noi non esiste ancora. Ma ogni volta che un nome di donna appare su un muro, su un cartello, su una targa, qualcosa si risveglia: la possibilità di un nuovo sguardo che ci invita, finalmente, a camminare in un mondo che ci riconosce e ci somiglia davvero.