di Pippo Gallelli
Il Barone di Münchhausen, personaggio realmente esistito ma diventato celebre grazie ai racconti fantastici a lui attribuiti nel Settecento, è noto per le sue imprese improbabili: viaggi sulla luna, duelli con coccodrilli, salvataggi impossibili. Un maestro dell’iperbole, della fantasia che sfidò ogni logica. A distanza di secoli, la sua eredità sembra oggi trovare nuova vita sul palco delle Nazioni Unite, con Donald Trump nei panni – non dichiarati, ma ben calzanti – del suo moderno erede narrativo. Il discorso dell’ex presidente americano all’Assemblea generale è stato tutto fuorché convenzionale: un’infilata di affermazioni roboanti, nemici immaginari e rivendicazioni trionfali, tenute insieme da una retorica identitaria che somiglia più a una favola epica che a un’analisi reale della scena globale.
Sette guerre finite, un pianeta da riscaldare.
Uno dei passaggi più surreali – o, se vogliamo, münchhausiani – è stato l’annuncio di aver “messo fine a sette guerre”. Nessun elenco, nessun dettaglio: solo una cifra rotonda e definitiva, come un trofeo. Come il celebre Barone che affermava di essere tornato vivo dalla luna grazie a una fune fatta di fumo congelato, Trump propone un’immagine semplificata del mondo, in cui le guerre si concludono per dichiarazione unilaterale e le vittorie si autoproclamano. Allo stesso modo, il cambiamento climatico è stato liquidato come una “farsa”, una truffa ideologica utile – a suo dire – a soffocare l’economia americana. Secondo Trump, non sono i fenomeni meteo estremi a minacciare il pianeta, ma le politiche ambientali promosse dalle élite globaliste. Una visione che sfida il consenso scientifico, ma che funziona perfettamente dentro la logica del racconto: serve un nemico, meglio se vago e potente.
Migranti, sovranità e nostalgia.
Nel suo attacco frontale alla migrazione internazionale, Trump ha evocato l’immagine di un Occidente assediato, prossimo alla dissoluzione culturale. L’ONU, secondo lui, non solo non contrasta questo processo, ma lo alimenta finanziariamente. Una narrazione drammatica, costruita più sull’effetto che sull’evidenza. E se il Barone di Münchhausen si tirava fuori dalle sabbie mobili afferrandosi per i capelli, Trump propone la sovranità nazionale come leva miracolosa per uscire da ogni crisi – dall’immigrazione al cambiamento climatico, dal commercio globale alla sicurezza internazionale. Una visione che rifiuta ogni forma di mediazione multilaterale, proprio mentre si parla dal tempio del multilateralismo.
Il racconto prima dei fatti.
A differenza dei leader che cercano legittimazione nei dati o nella diplomazia, Trump costruisce il suo consenso attraverso una narrazione potente, semplificata, impermeabile alla verifica. Il suo discorso non mira a convincere gli scettici, ma a galvanizzare i già convinti. È un esercizio di storytelling politico, in cui la coerenza logica è secondaria rispetto alla forza evocativa delle immagini. In questo senso, il paragone con Münchhausen è calzante: entrambi raccontano storie straordinarie, non perché siano vere, ma perché funzionano. Entrambi trasformano l’impossibile in inevitabile, e l’inverosimile in plausibile. Almeno per chi vuole crederci. Tra fiction e diplomazia Il problema, come in tutte le storie, è il risveglio. Anche le imprese più incredibili finiscono per dover fare i conti con la realtà: con le guerre che non sono finite, con il clima che cambia, con i migranti che esistono. E con un mondo che, al di là delle narrazioni, resta complesso e difficile da governare con slogan. Trump, come Münchhausen, sa raccontare.
Ma raccontare non basta. E alla fine, persino il pubblico più affascinato dalla favola potrebbe cominciare a chiedersi: e se questa volta non fosse tutto vero?
Foto di Pete Linforth da Pixabay
