di Luca Branda
Alle 10:25 del 2 agosto 1980, una bomba ad alto potenziale esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione centrale di Bologna. Morirono 85 persone, oltre 200 rimasero ferite. Era un sabato d’esodo estivo, e quella mattina di sole si trasformò in un inferno. L’Italia intera si svegliò di colpo dal sogno degli anni Settanta: davanti agli occhi del Paese non c’erano più solo tensioni ideologiche e misteri irrisolti, ma corpi dilaniati, macerie, sangue e orrore.
Oggi, 2 agosto 2025, ricordiamo quella strage con una consapevolezza nuova. Dopo decenni di processi, sentenze, depistaggi, omertà e ostinata ricerca della verità, la giustizia ha finalmente tracciato un quadro preciso: la strage fu un attentato di matrice neofascista, ideato e coperto da apparati deviati dello Stato, finanziato dai vertici della loggia massonica P2 di Licio Gelli, con il concorso diretto dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), organizzazione eversiva di estrema destra.
Con la condanna definitiva all’ergastolo di Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale, criminale legato alla ‘ndrangheta e agente ambiguo tra più mondi, si è chiuso un cerchio giudiziario. Bellini si aggiunge a Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini: i nomi di chi ha eseguito, pianificato o favorito la strage. Dietro di loro, però, ci sono altri nomi, quelli dei mandanti e dei burattinai: D’Amato, Ortolani, Tedeschi, Gelli. Alcuni di loro non sono mai finiti in aula, perché morti prima dei processi. Ma le sentenze degli ultimi anni, soprattutto quelle della Corte d’Assise di Bologna e della Cassazione, hanno fissato nero su bianco le responsabilità di quel potere occulto che ha insanguinato l’Italia repubblicana.
“È la chiusura di un cerchio”, ha dichiarato Paolo Bolognesi, presidente uscente dell’Associazione dei familiari delle vittime. Una frase che pesa come un macigno per chi, per 45 anni, ha lottato contro i silenzi, i depistaggi, le reticenze di chi avrebbe dovuto tutelare la verità. Se inizialmente si parlava di “spontaneismo armato”, oggi è chiaro che l’attentato fu parte integrante della strategia della tensione, una vera e propria guerra psicologica contro la democrazia italiana, volta a destabilizzare per giustificare svolte autoritarie.
A riconoscerlo è anche la politica locale: “Furono la P2, i servizi deviati, le connivenze politiche e il terrorismo fascista a mettere quella bomba”, ha detto il sindaco di Bologna Matteo Lepore, ricordando come le ultime sentenze “ci raccontino finalmente cosa è successo”.
Ma la memoria non vive solo nelle aule dei tribunali. Vive nella chiesa di San Benedetto, dove oggi il cardinale Matteo Zuppi celebra una messa in suffragio delle vittime. Vive nel corteo commemorativo, al quale partecipa anche lo storico autobus “Trentasette”, restaurato e oggi simbolo della solidarietà civile e dell’impegno dei soccorritori come Agide Melloni. Vive nel manifesto dei familiari, che recita: “45 anni di trame e depistaggi per nascondere la verità. La determinazione dell’associazione dei familiari lo ha impedito.”
Bologna oggi si stringe ancora una volta attorno alla memoria, non come gesto rituale, ma come atto di civiltà. Ricordare il 2 agosto significa non accettare l’oblio, significa rifiutare le ambiguità del passato, significa guardare in faccia la verità, anche quando è scomoda.
A 45 anni di distanza, la verità è più chiara, anche se alcune ombre resistono. Il tempo non lenisce il dolore, ma rafforza la memoria. E la memoria, in una Repubblica fondata sulla democrazia e sull’antifascismo, è l’unico antidoto contro il ritorno dell’odio, della violenza, della menzogna.
