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Dazi e dissenso: il giorno più buio dell’Unione

di Pippo Gallelli

A Turnberry si è siglato un accordo commerciale che sta facendo discutere tutta l’Europa. Presentato come una mossa strategica per evitare l’imposizione di dazi fino al 30%, l’intesa tra la Commissione Europea e l’amministrazione Trump ha invece introdotto tariffe al 15% su prodotti europei. Un successo diplomatico, secondo il presidente americano, che ha definito l’accordo “storico”, e una resa, secondo gran parte della classe politica europea.

Dietro i sorrisi formali e le dichiarazioni misurate, le reazioni degli Stati membri sono tutt’altro che coese. La Francia lo ha bollato come il “giorno più buio”, e il primo ministro François Bayrou ha denunciato apertamente la “sottomissione” dell’Europa agli Stati Uniti. La Germania, inizialmente favorevole con il cancelliere Friedrich Merz che ha celebrato il blitz della connazionale von der Leyen, ha poi mostrato preoccupazione per i danni economici previsti, soprattutto nel settore automobilistico. Merz ha ammesso che “non potevamo aspettarci di ottenere di più”, ma ha previsto conseguenze pesanti per tutta l’economia europea.

L’Italia ha adottato una posizione più prudente. Giorgia Meloni ha parlato di dazi “sopportabili” per le imprese italiane, sottolineando la necessità di misure compensative e una maggiore incisività da parte dell’UE. Intanto il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spostato l’attenzione sul nodo monetario, ritenendolo persino più critico dei dazi. “La BCE deve intervenire sul rapporto euro-dollaro,” ha detto, sollecitando una riduzione del costo del denaro e nuovi acquisti di titoli di Stato.

L’Irlanda, stando alle analisi del think tank Bruegel, sarebbe il Paese più esposto ai nuovi dazi, seguita da Italia, Germania e Francia. Anche Ungheria, con Viktor Orbán, ha criticato l’intesa ma da una prospettiva più ideologica: “Trump si è mangiato Ursula a colazione,” ha attaccato, sottolineando il suo continuo scetticismo verso Bruxelles.

Mentre Ursula von der Leyen rivendica di aver evitato “il baratro”, l’intesa viene criticata da più fronti per la sua evidente asimmetria e la scarsa difesa dei settori strategici europei. Molti governi hanno reagito con cautela, attendendo il testo definitivo dell’accordo previsto entro il primo agosto. Ma le tensioni sono già emerse con forza. Si è parlato poco dell’impatto sui mercati finanziari, con l’euro indebolito e le Borse in apprensione, e ancora meno della strategia monetaria che potrebbe bilanciare gli effetti economici.

In tutto ciò, la Commissione sembra tenere una linea difensiva, sperando che la tregua commerciale duri e non si tramuti in una sottomissione strutturale alle pressioni statunitensi. Ma la vera domanda è se l’Unione ha ancora la forza di negoziare da pari con le grandi potenze mondiali. Se il patto di Turnberry è davvero “il miglior accordo possibile”, allora il problema è ancora più profondo: è l’Europa a non essere più all’altezza del tavolo.