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Francesca Albanese nel mirino di Washington: un attacco alla giustizia internazionale e ai diritti umani

di Pippo Gallelli

Le sanzioni annunciate dagli Stati Uniti contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, rappresentano molto più di un attacco personale. Sono il segnale inquietante di una deriva autoritaria che mina le fondamenta del diritto internazionale, scredita l’ONU e colpisce chi, con rigore professionale e imparzialità, dà voce alle vittime dimenticate di uno dei conflitti più gravi e protratti del nostro tempo.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha accusato Albanese di “fomentare antisemitismo”, “sostenere il terrorismo” e “portare avanti una guerra politica contro Stati Uniti e Israele”. In realtà, ciò che viene contestato alla relatrice è l’essersi fatta portavoce, con coraggio e coerenza, della denuncia delle gravi violazioni dei diritti umani a Gaza e nei Territori Palestinesi Occupati. Le sue richieste alla Corte Penale Internazionale (CPI) di indagare sui crimini di guerra e contro l’umanità non sono arbitrarie, ma radicate nei principi fondanti della Carta delle Nazioni Unite, nel diritto internazionale umanitario e nelle risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio per i Diritti Umani.

L’accusa più infamante – quella di aver ricevuto fondi da organizzazioni vicine ad Hamas – si fonda su un rapporto diffuso da UN Watch, una ONG con una lunga storia di delegittimazione delle Nazioni Unite e dei suoi esperti più critici verso Israele. Un’accusa già ampiamente smentita, ma che viene strumentalmente rilanciata per tentare di distruggere la credibilità di Albanese e metterne a tacere la voce.

Israele, che nel 2024 le ha negato l’ingresso nel Paese e l’ha dichiarata persona non grata per aver osato contestare la narrazione ufficiale sull’attacco del 7 ottobre, ora trova in Washington un alleato per silenziare ogni forma di accountability. Ma né Israele né gli Stati Uniti sono parte dello Statuto di Roma – lo ricordano loro stessi – e ciò rende ancora più grave il tentativo di intimidire chi collabora con la CPI, organo indipendente incaricato di indagare e punire i crimini più gravi che riguardano l’intera comunità internazionale.

Attaccare Albanese significa attaccare l’ONU, la legalità internazionale, e la speranza di giustizia.
Chi oggi prende di mira Francesca Albanese non attacca soltanto una persona, ma l’intera architettura multilaterale che la comunità internazionale ha costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale per garantire pace, giustizia e diritti. Il suo lavoro non è un’opinione personale, ma una funzione istituzionale definita dal mandato delle Nazioni Unite. Contestarla per aver chiesto l’applicazione del diritto significa rovesciare i fondamenti della legalità democratica internazionale.

Non è un caso isolato: si inserisce in un attacco più ampio e sistemico contro le corti internazionali, come dimostrano le pressioni USA e israeliane contro la CPI e la Corte Internazionale di Giustizia, entrambe attualmente impegnate nell’esaminare la condotta dello Stato israeliano a Gaza. Si tratta di un colpo di stato, non con i carri armati ma con le sanzioni, le delegittimazioni e la manipolazione politica, contro la giustizia internazionale.

Oggi più che mai, occorre affermare con chiarezza un principio fondamentale: nessuno può essere al di sopra della legge. Né la ragion di Stato né l’equilibrio geopolitico possono giustificare l’impunità. Gli Stati hanno l’obbligo giuridico – non solo morale – di cooperare con i meccanismi internazionali per l’accertamento della verità e la punizione dei crimini.

Un dovere verso le vittime
Attaccare Francesca Albanese significa attaccare anche tutte le vittime – civili palestinesi, bambini, medici, giornalisti – che hanno perso la vita o subito gravi abusi durante le operazioni militari israeliane. Significa negare il diritto delle vittime alla verità, alla giustizia e alla riparazione. Significa chiudere gli occhi di fronte alla realtà documentata da decine di rapporti indipendenti, tra cui quelli dell’ONU stessa.


Francesca Albanese sta facendo esattamente questo: denuncia, documenta, chiede giustizia. Per questo dà fastidio. Per questo viene attaccata.

Ed è proprio per questo che oggi è più che mai necessario difenderla. Difendere lei significa difendere la possibilità, per tutti noi, di vivere in un mondo dove la giustizia non sia una parola vuota, ma un impegno concreto verso la pace e la dignità umana.